immagine

sabato 11 ottobre 2014

Che cos'è il pinkwashing

All'estero lo chiamano pinkwashing, in Italia in nessun modo, perchè semplicemente se ne parla poco, siamo un pò morti di sonno qua. Breast Cancer Action nel suo progetto Think Before You Pink® ha coniato questo termine per indicare l'azione che fa leva sul desiderio delle persone di aiutare chi dichiara di voler combattere il cancro al seno, vendendogli qualcosa (mentre contemporaneamente quella stessa cosa o altre correlate contengono proprio quei fattori che sono elencati come possibili cause del tumore al seno). Cerchiamo di capire meglio di che si tratta.....

Siccome siamo nel bel mezzo dell'Ottobre Rosa, il mese internazionale per la prevenzione del cancro al seno, forse vale la pena capire cos'è esattamente il pinkwashing ed il modo sottile con cui agisce sia sulle nostre paure ma anche sul nostro desiderio di aiutare e di essere utili agli altri.

Il termine pinkwashing deriva dall’inglese whitewash, una pittura murale bianca a base di calce, da cui deriva il verbo whitewash, imbiancare (ma anche coprire e mascherare). In senso figurato, l’espressione white washing descrive i tentativi di nascondere la verità su argomenti, persone, organizzazioni o prodotti per proteggerne la reputazione o farli apparire migliori di quanto siano. In inglese la metafora non è tanto quella di “ripulire” o “lavare” quanto di “ricoprire” per occultare, quindi anche “conferire una facciata” sotto cui però permane il problema.

Leggete questi articoli molto diversi tra di loro alcuni scritti da donne che conoscono molto bene il cancro al seno, altri scritti da giornalisti.

Una donna con il cancro al seno nel suo "Infiocchettate di rosa..." esorta a "non farsi infiocchettare".
L'Amazzone Furiosa, anch'essa colpita dal tumore al seno, parla del rapporto tra pinkwashing e taglio dei fondi per la ricerca in "Se il problema sono i fondi pubblici".
La giornalista Susanna Curci ne parla nel suo "Se il cancro al seno diventa un business. Si scrive Estee Lauder, si legge pinkwashing" .
Anche Il Business della Bontà parla di "Un marketing di cui diffidare".
In questo interessante servizio VIDEO, pur non conoscendo l'inglese, anche se vi limitate, per così dire, a guardare le figurine, s'intuisce molto sulla questione pinkwashing.

Ecco invece un recente caso concreto di pinkwashing.....
Maria Rita d'Orsogna, fisico, docente universitaria, attivista ambientale e giornalista del Fatto Quotidiano con "Cancro al seno: cosa c'entrano le trivelle con la prevenzione" a cui fa eco "Pinkwashing: una campagna anti-cancro al seno può farsi finanziare da una Fracking Company?" di greenreport.it, polemizzano sulla recente decisione della  Susan G. Komen, la più  grande organizzazione americana di sensibilizzazione per la prevenzione del tumore al seno, di creare una partnership con Baker Hughes, una delle più grandi aziende di servizi per i petrolieri (fanghi e fluidi di perforazione, cemento per pozzi, trivelle di ogni dimensione e per ogni tipo di pozzo).

Interessante, eh? Questo, ovviamente, non vuol dire che dietro ad OGNI utilizzo del rosa e del nastro rosa in relazione al cancro al seno ci sia necessariamente un tentativo di pinkwashing.....

Nessun commento:

Posta un commento