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martedì 20 maggio 2014

Cancro e lavoro: i progetti "per gli altri", noi lavoratori autonomi non esistiamo

Ogni volta che noi lavoratori autonomi con il cancro ci imbattiamo in riflessioni di questo tipo, in progetti "per gli altri", beh, che vi devo dire, ci prende davvero il magone. Qualche giorno fa, l'ennesimo articolo su quello che si sta cercando di fare per i lavoratori dipendenti affetti da patologia oncologica uscito su Il Giornale. Uno dei tanti articoli da quando, ultimamente, associazioni ed istituzioni cominciano ad accuparsi della questione cancro e lavoro (visto l'aumento dei casi), ma sempre escludendo le partite iva.

Ecco uno degli ultimi articoli intercettati da Afrodite K:
"Lavoro flessibile per i malati" di Luigi Cucchi (domenica 18 maggio 2014)
Fonte ilgiornale.it 

«Il 91% dei malati neoplastici vuole continuare a lavorare ed essere parte attiva della società – spiega il professor Francesco De Lorenzo, presidente dell'European Cancer Patients coalition e dell'Aimac. I dati dell'indagine Censis-Favo (Federazione delle 500 Associazioni di volontariato in oncologia) evidenziano che le forme di gestione flessibile per conciliare lavoro e cure oncologiche sono ancora poco note e non influiscono in modo significativo sulla vita dei molti pazienti coinvolti.Il 78% dei malati oncologici infatti ha subito un cambiamento nel lavoro in seguito alla diagnosi: il 36,8% ha dovuto fare assenze, il 20,5% è stato costretto a lasciare l'impiego e il 10,2% si è dimesso o ha cessato l'attività (in caso di lavoratore autonomo). Pochi conoscono e utilizzano - evidenzia l'indagine - le tutele previste dalle leggi per facilitare il mantenimento e il reinserimento: solo il 7,8% ha chiesto il passaggio al part-time, un diritto di cui è possibile avvalersi con la Legge Biagi, poco meno del 12% ha beneficiato di permessi retribuiti (previsti dalla Legge 104 del 1992), solo il 7,5% ha utilizzato i giorni di assenza per terapia salvavita e il 2,1% i congedi lavorativi. Difficile soddisfare le esigenze produttive rispettando quelle legate alla cura.
Questa situazione interessa anche i familiari o amici che assistono i malati in modo continuativo. Per colmare questo vuoto, nasce «Pro Job: lavorare durante e dopo il cancro», un progetto Aimac, in collaborazione con l'università degli Studi di Milano, la Fondazione Insieme contro il Cancro e l'Istituto nazionale tumori del capoluogo lombardo. Il progetto, presentato all'università degli Studi di Milano durante il convegno «Lavorare durante e dopo il cancro», apre gli eventi legati alla IX Giornata nazionale del malato oncologico (l'edizione di quest'anno si conclude oggi all'Auditorium della Conciliazione di Roma).
Nel 2013 in Italia si sono registrate 366mila nuove diagnosi di tumore. E sono circa 700mila le persone con diagnosi di cancro in età produttiva. Pro Job – sottolinea Elisabetta Iannelli, segretario della Fondazione «Insieme contro il Cancro» - mira a promuovere l'inclusione dei pazienti oncologici nel mondo delle imprese, a sensibilizzare i dirigenti perché creino per i malati condizioni ottimali nell'ambiente di lavoro, ad agevolare i dipendenti che hanno parenti colpiti da tumore a conservare l'impiego grazie alle tutele giuridiche vigenti e a disincentivare il ricorso inadeguato a procedure per fronteggiare le difficoltà determinate dalla patologia. L'obiettivo finale del progetto è quello di rendere l'azienda consapevole dei bisogni emergenti dell'organizzazione e dell'individuo per rispondervi in modo adeguato, tempestivo e in autonomia recuperando, altresì, professionalità preziose che altrimenti rischiano di andare perse con conseguente danno per la produttività dell'impresa. «L'azienda in grado di sviluppare il progetto Pro Job – precisa il professor Michele Tiraboschi,professore di diritto del lavoro all'università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore del comitato scientifico di Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro - potrà valorizzare il proprio capitale umano permettendo ai dipendenti malati di cancro di recuperare parte del proprio benessere attraverso il reinserimento occupazionale e di ritrovare velocemente motivazione, impegno e capacità produttiva ed ai lavoratori familiari di un paziente di continuare il proprio lavoro, senza rinunciare all'assistenza del malato, avvalendosi del part time». Il lavoro aiuta a guarire e a seguire meglio i trattamenti, servono nuovi strumenti. 

Ogni volta che noi lavoratori autonomi leggiamo cose sosì, la stretta al cuore è doppia. Ed ogni volta si ripete come in una lenta tortura. Anche noi siamo malati, anche noi siamo lavoratori, ma non esistiamo per nessuno. 
E detto tra di noi, visto che sono anche una psicologa, certifico che il messaggio in assoluto più deleterio che puoi inviare ad un essere umano è proprio "tu non esisti" tanto che nella letteratura e ricerca psicologica esistono fior di riscontri che testimoniano come, per evitare di ricevere un messaggio di questo tipo, le persone sono disposte a fare di tutto, anche a farsi odiare, pur di ottenere che qualcuno si accorga di loro. 
Ma cosa dobbiamo fare? scendere in piazza a picchiare qualcuno perchè si accorgano di noi? Smettere di pagare l'Inps e farla fallire visto che siamo il suo principale bancomat?
Forse è per questo che la maggioranza dei lavoratori autonomi sceglie di girarsi dall'altra parte? Si lamenta sì, borbotta, stà male, ma alla fine lo fà nell'intimo suo senza arrivare a forme associative ed organizzate di protesta sociale concreta? 
Accettare che non esistiamo fà davvero male. Fa male quando si parla di tasse e diritti, ma fà ancora più male se sei un paziente oncologico che di rogne da gestire ne ha a bizzeffe e magari cerchi di non sommare anche il problema delle tutele in caso di malattie serie.
E invece è proprio da lì che bisogna partire: non ci conoscono. Associazioni ed istituzioni spesso non sanno di preciso nemmeno quali sono le caratteristiche dei lavoratori autonomi, che tipo di vita fanno, che problematiche si trovano a dover affrontare già nel loro lavoro di per sè, figuriamoci se sono in grado di capire cosa succede se poi questo tipo di lavoratori si ammala di tumore. Stereotipi e pregiudizi ormai datati sul lavoro autonomo la fanno da padroni.
Noi non esistiamo, quindi la prima cosa da fare è alzare la testa e farci sentire. Lo sò è dura, soprattutto se si è malati. Trovare tempo, energie e motivazione per una protesta sociale quando hai un tumore, non è il massimo. Io sono una privilegiata sia per le mie condizioni fisiche (non mi stò accollando gli effetti collaterali delle terapie che ho deciso di rifiutare) sia per la familiarità con la scrittura e l'uso di internet e dei social network. Chi può faccia altrettanto. Siamo tantissimi. Il 24% dei lavoratori nel mercato italiano sono lavoratori autonomi!! Se ci facciamo sentire ed iniziamo a mettere in campo azioni concrete di protesta (come per esempio la disobbedienza contributiva Inps), non potranno più fare finta che non esistiamo.

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