immagine

martedì 17 febbraio 2015

Hope theory: ecco perchè mi batto per la tutela dei lavoratori autonomi ammalati

Questo post è un pò speciale. Sono parole che arrivano forti e non sono di Afrodite K, ma di una donna immersa in piccole e grandi magie. Una di quelle che, se hai la fortuna di conoscerla, ringrazi davvero di esserci. Che altro dire...., leggete e basta. Leggete quello che io stessa avrei potuto scrivere in qualsiasi momento di questo lungo e faticoso anno di battaglia per dare una malattia dignitosa anche ai lavoratori autonomi. Troverete qui, proprio in queste parole, la risposta ad una domanda che in molti continuate a farmi da un sacco di tempo "...ma perchè fai tutto questo?".

La Speranza è una questione pericolosa: storicamente chi spera è chi attende, chi pericolosamente "aspetta" che qualcuno o qualcosa arrivi a salvare, senza sentirsi impegnato ad essere personalmente spinta e motore.
Culturalmente questa visione dipende da una errata percezione anche del messaggio cristiano - per la verità: un vero e proprio capovolgimento - che ha fatto coincidere questa "attesa" con la rassegnazione. E dunque con l’immobilità. Nessuna spinta, nessuna testa che si solleva: occhi bassi, mani giunte.

E proprio perchè abbiamo sviluppato questa equivocata speranza, che oggi - su più fronti - siamo dissennati dalla disperazione.
Che cos'è?
Scientificamente la disperazione corrisponde alla percezione di impotenza, al sentire che "tanto è inutile" e che al cospetto di ogni moto sfocia nella espressione tanto cara ai cinici : "chi te lo fa fare?".
Filosofia terrificante che abbonda sulle bocche di quelli sprezzanti, quelli che additano come don Chisciotte quegli altri a cui il vento "soffia nella testa".
Loro, i disperati, hanno bisogno fisiologico di mietere seguaci.

"Chi te lo fa fare?" è una cultura: quella di chi riconosce che vale la pena solo se "ci guadagni", vale la pena prendersi a cuore qualcuno o qualcosa solo se il registro delle entrate e delle uscite è in attivo, solo se riguarda i fatti tuoi e non quelli degli altri, solo se hai garanzie e assicurazioni sulla vita e sulle persone.
Insomma: loro sono quelli furbi.

Tutti gli altri sono pazzi. Illusi, visionari, idealisti: tutti gli aggettivi del nostro vocabolario che solitamente adoperiamo per guardare, con tenerezza sì ma anche con compassionevole... disprezzo, quelli che chiamiamo “don Chisciotte” per dire che… fanno ridere.
Eppure, la Speranza così è un equivoco.
Sperare ha la stessa radice etimologica di una parola anglosassone che tutti conosciamo: speed. Coincide con la spinta. Chi spera non attende, si muove, si spinge. Alza la testa e muove le gambe.

Questa “Scuola” nasce per dare voce e visibilità alla “Hope Theory” di Snyder, studioso americano che ha elaborato un costrutto di “Speranza Scientificamente Fondata” che coincide con le competenze dell’azione.
Sì, incanto e azione. Tutte e due, senza contraddizione.

E’ nata ascoltando i miei studenti all’Università: intelligenti, taluni intelligentissimi, eppure.. disperati. Intimoriti dal mondo. Anche quando il mondo è vincibile e non sta aspettando altro se non il loro intervento.
Ho immaginato questa Scuola ascoltando paure “a prescindere”, eredità che noi, figli dei figli del Sessantotto, abbiamo pericolosamente covato: quel senso/non senso che… “tanto non c’è nulla da fare”.
Non è una Scuola per illusi, né Scuola d’illusione.
E’ Scuola di realtà. Lavoreremo per connettere le storie vere di chi ha vinto i Dissenatori (la citazione è potteriana!) e muovere controcanti alla disperazione.

E’ gratis.
Roba da matti, secondo quei cinici, anche questa. Lo è perché i testimoni e i maestri che coinvolgeremo sentono la responsabilità di dismettere gli abiti dello spettatore e di stare al “fronte” e non al retrum.

I “matti” che ci hanno ispirato sono tanti e li condivideremo.
Erri De Luca e la sua rilettura di don Chisciotte.
Morin e le benedizioni del disordine.
E poi molti tra scienziati, poeti, matematici e narratori.
Ma soprattutto lui: don Tonino Bello, che non stava mai fermo e “a prescindere” stava nella vita scalciando, seppur filosofo e pensatore... non era uno da Cogito-sul-divano.
Con le sue parole ha inizio questa Scuola: “"Oggi si equivoca parecchio sulla speranza. Si pensa sia una specie di ripostiglio dei desideri mancati. Una rivalsa dei nostro limite che, mortificato sugli spazi percorribili dai piedi per terra, cerca compensazioni allungando la testa tra le nuvole, o indugiando sulla zona pericolosa dei sogni ad occhi aperti. Una forma di "tiramisù" psicologico, insomma, utile per non lasciarsi travolgere dalla tristezza della vita. Niente di più deleterio. La speranza è parente stretta del realismo."

Ecco: la speranza è il contrario del destino: è rivoluzione.
Sovversione della lamentazione.
Allora non è roba da sognatori, ma roba da muratori.
E questa sì, è una Scuola da muratori! Di braccia che sollevano pesi e li spostano, di gambe e piedi che alzano il sedere e… costruiscono. Costruiscono. Mentre tutti attorno continuano a dire “Chi te lo fa fare?”, vogliamo provare.
No, non perché siamo buoni, o migliori degli altri.
Semplicemente: perché non potremmo vivere diversamente.
E perchè crediamo che... sì, siamo in tanti. Quelli col vento nella testa.
Benvenuti don Chisciotte.


Antonia Chiara Scardicchio che sta contribuendo alla diffusione della Hope School.

1 commento:

  1. Le cose importanti, intendo dire i progetti e le idee che producono un qualche miglioramento per tutti, non mi pare siano mai nate dalla ricerca di un tornaconto personale.
    Quindi auguri alla tua teoria.
    Fabrizio

    Fabrizio

    RispondiElimina