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sabato 1 agosto 2015

Cancro al seno: luci ed ombre della ricostruzione mammaria

Ecco qua la traduzione e l'adattamento dallo spagnolo di un bellissimo articolo del 2013 scritto da Ana Porroche Escudero, antropologa e ricercatrice. Afrodite K esulta ogni volta che intercetta riflessioni che possano aprire la mente ed aiutare a guardare, da molteplici punti di vista, un tema così delicato come il cancro al seno. Esulta e condivide. Nella consapevolezza sia che ogni scelta è legittima ed insindacabile quando nasce da un bisogno soggettivo ma anche che non è così facile identificare i bisogni soggettivi quando siamo sommerse di messaggi che hanno una direzione prevalente ed univoca: tornare come prima!.


Ricercatrice associata presso la Divisione di ricerca sulla salute presso l'Università di Lancaster. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia presso l'Università del Sussex, dove ha lavorato come Tutor associato di antropologia (2009-2014) e ha tenuto un corso sulla Salute Globale presso la Summer School (2012-2014). Ha inoltre completato un Master in Studi sulle donne presso l'Università di York e Bas in Antropologia e lavoro sociale delle Università di Barcellona e Saragozza. Lavora sui temi di antropologia, politica sociale, sanità pubblica, sviluppo e prassi dell'attivismo. La ricerca di Ana si concentra sulla natura di genere dei legami multidimensionali tra cancro al seno e disuguaglianza sociale in Spagna ed è membro dell'Advisory Board del Breast Cancer Consortium.

Ecco il suo articolo 

Spesso pensiamo che una delle più grandi tragedie di una diagnosi di cancro è la possibilità di perdere un seno perché questo è socialmente percepito come una mutilazione della femminilità. La verità è che una mastectomia sottopone alcune donne (e uomini) a ben più complessi processi di lutto.
Il primo è la sensazione di perdita di una parte fondamentale per sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. Qui l'immagine del corpo non è correlata alla bellezza sessuale, ma con la sensazione di essere, essere e sentirsi "piena" e persona sana. La mastectomia è quindi una minaccia per la sopravvivenza della propria integrità
Un secondo conflitto è legato alla sensazione di perdita di una parte della chiave per esprimere sensualità con il propio corpo all'esterno. Per alcune donne, la ricostruzione del seno può essere un potente strumento per risolvere questo tipo di conflitti; per altre, no. 
Vorrei sottolineare che questa esperienza terapeutica non è generalizzabile per l'insieme di tutte le donne, ma dipende dalla personalità di ciascuna e dal suo ambiente di riferimento. Ciò significa che questo modello terapeutico non deve essere prescritto in modo sistematico, tanto meno provenire dalla consultazione medica, dalle stanza d'ospedale o dalle sedute psicologiche.

Secondo Cathie Malhouitre, co-fondatore dell'associazione francese del cancro al seno Au Sein de sa différence, il problema cronico può essere risolto con un approccio pedagogico nel trattamento del cancro al seno. Malhouitre spiega che molti professionisti percepiscono le mastectomie ed i busti piatti come un doppio fallimento: non sono stati in grado di impedire la rimozione del seno o che hanno ridato di nuovo la femminilità alle donne. Una ricerca sta lavorando con diversi professionisti di oncologia per riflettere sul ruolo degli esperti nel processo terapeutico basandosi sull'idea che il professionista, piuttosto che imporre soluzioni, rappresenta un facilitatore del processo decisionale. Il modello ritiene che il modo migliore per aiutare la paziente è quello di presentare tutte le opzioni terapeutiche, compresa la lista dei pro e dei contro di ogni opzione, in modo chiaro, semplice ed equilibrato. Tra queste l'opzione di non ricostruire il seno viene presentata come una possibilità reale.
Una seconda questione affrontata con i professionisti è l'idea che le donne non devono essere considerati come vittime rispetto alla femminilità o alla mastectomia, ma come agenti che prendono decisioni e sono in grado di ridefinire ciò che esse considerano un corpo pieno, bello e sano. In questo senso sia la ricostruzione che la non-ricostruzione, indossare o meno protesi mammarie, sono tutte opzioni ugualmente legittime, indipendentemente dall'età della donna, dallo stato civile, dall'orientamento sessuale, etc.
Parte del problema dello slogan "salvare il seno" usato da alcune organizzazioni che lavorano con le donne è che riduce l'identità e l'immagine del corpo al solo senso della vista. I seni vengono socialmente percepiti come meri oggetti sessuali per compiacere l'altro. 
Non solo, alcuni esperti vedono nella chirurgia una eccezionale opportunità per migliorare esteticamente il seno delle donne. Questo è ciò che io chiamo oggettivazione e mercificazione del seno, perché il seno è considerato un oggetto per il consumo maschile. L'idea che il seno può essere una vera e propria fonte di piacere fisico e di erotismo, di sentire e vivere il mondo esterno non viene preso in considerazione. La sessualità delle donne viene ridotta alla loro bellezza fisica.
C'è la convinzione che TUTTE le donne con diagnosi di cancro al seno siano in ansia perchè ritengono che la perdita del seno danneggi seriamente il loro sex appeal.  Questo fa capire l'importanza e l'impatto di una certa ricerca sociale sull'impatto della mastectomia nella soggettività femminile: l'impatto sulla vita sessuale delle donne, il ripensare approcci terapeutici solitamente incentrati sulla promozione di un intervento chirurgico di protesi o di ricostruzione, le terapie psicologiche per le donne finalizzate ad "apparire belle e sentirsi bene." Questa enfasi sulla "normalizzazione" del corpo invia e rafforza il messaggio che i corpi mastectomizzati siano mostruosi e ripugnanti.
Inoltre, la sessualità delle donne è complessa e anche se può avere una componente psicologica legata all'autostima, ci sono molti altri fattori che possono inibire l'appetito sessuale, come il dolore della zona irradiata, la libido ridotta a seguito dei trattamenti o anche solo la tristezza o la rabbia per la perdita del seno. Queste prassi hanno contribuito a medicalizzate e psicologizzare alcuni aspetti che non si adattano alle aspettative della società.
Spesso le donne che resistono alle pressioni sociali e mediche finalizzate alla ricostruzione del seno devono difendersi da reazioni ed etichette che le accusano di atteggiamenti mascolini, ostentazione della diversità, anti-erotismo, negatività. Attiviste e scrittrici come Audre Lorde o Matuschka ha denunciato più di una volta che la funzione della protesi più che essere un'invenzione per migliorare il benessere della donna abbia la funzione di alleviare il disagio degli altri, perché molte persone non sanno come reagire quando davanti hanno una malata di cancro.
Infine, una società che pone tanta enfasi sulla bellezza (soprattutto dei seni), paradossalmente, non lascia spazio a piangere la perdita di una parte così importante di loro. Secondo Lorde e Matuschka, la pressione sociale per la ricostruire e per nascondere il "gap" può davvero rendere difficile alle donne a superare la perdita bloccando il loro processo di lutto. La ricostruzione del seno nello stesso giorno della mastectomia si propone di mettere a tacere le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza e l'insicurezza; sottrae il tempo necessario per risolvere il processo di perdita che implica l'assimilazione e l'accettazione del nuovo corpo, la riscoperta e l'adattamento.

L'articolo completo è stato pubblicato sulla rivista MYS Donne e Salute.
Fonte originale dell'articolo

5 commenti:

  1. Bellissimo articolo

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  2. se devono mutilarti di una parte del corpo è giustissimo volere una protesi (ed è legittimo non volerla)..chi non la vuole non se la mette. E la valenza erotica e sensuale che il seno possiede (e che è diritto della sua proprietaria esercitare se e quando vuole) non va negata..non vuol dire offendere le donne che hanno dovuto fare una mastectomia (che abbiano optato per le protesi o no), non vuol dire negare la loro sessualità

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    1. caro il mio paolo fai semplice una cosa che non lo è affatto, credimi. Non dare per scontato che sia così facili, in una condizione così particolare come la malattia e quel tipo di malattia, avere ben chiaro cosa si vuole e cosa si vuole fare quando tutto intorno a noi i messaggi che si ricevono vanno in un'unica direzione. Parla una che t'assicuro di consapevolezza ce n'ha tanta ed è una vita che lavoro su di me e tanto stavo per cascarci anche io a credere di desiderare qualcosa perchè tutti intorno a me mi comunicavano in modi diretti ed indiretti che era normale desiderarlo.

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  3. non discuto la tua esperienza personale (come potrei?) ma resto della mia idea: di solito chi subisce una mutilazione vuole una protesi questo è un fatto che non toglie diritti a chi non la vuole. Se dovessi perdere i testicoli per motivi di salute credo che la protesi la vorrei anche se so che nessun organo ricostruito sarà identico all'originale, se avessi il viso o il petto sfigurato vorrei la chirurgia ricostruttiva anche per ragioni di estetica (che non è una cosa tanto frivola specie per chi si trova il volto o il corpo devastati) e nessuno deve permettersi di dire che in realtà non lo voglio ma è colpa della società cattiva, nessuno deve permettersi di dubitare della mia volontà. lo stesso deve valere per chi opta per la ricostruzione mammaria (che ovviamente deve essere fatta con materiali sicuri e informando la paziente ma questo vale per ogni intervento)..dopodichè chi non vuole la protesi può tranquillamente non fare l'intervento

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    1. peccato caro il mio paolo che in questo argomento la conoscenza DIRETTA della cosa e l'ESPERIENZA conti tantissimo. Tu ragioni su basi di principio. Le donne no.... magari rinasci donna trovati in queste situazioni, prendi contatto con tutte le manipolazioni che abbiamo e poi vediamo .....

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